Il 5×1000 dei beni culturali vale 3,5 milioni su 602: due enti ne prendono l’80%, ventinove musei statali zero
La tabella di riparto dell'anno finanziario 2025 ha 237 righe e 3.571.793 euro. I primi due enti ne ricevono l'80,1%, la mediana degli importi è 653 euro, trentacinque enti chiudono a zero e ventinove di loro sono musei e istituti…

Nell’elenco degli enti ammessi al 5×1000 dei beni culturali, per l’anno finanziario 2025, ci sono il Pantheon e Castel Sant’Angelo, il Vittoriano e Palazzo Venezia, le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, il Museo Archeologico Nazionale di Firenze, le Residenze Reali Sabaude. Accanto al loro nome, nella colonna degli importi, c’è uno zero. Nessun contribuente li ha scritti sulla dichiarazione.
La tabella di riparto l’ha pubblicata il Ministero della cultura il 27 maggio 2026, su dati dell’Agenzia delle Entrate. Sono otto pagine e 237 righe, ed è il documento che dice come si divide il 5×1000 destinato alla tutela, alla promozione e alla valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici. Le abbiamo contate tutte.
Quanto vale, e quanto pesa
La categoria dei beni culturali ha raccolto 3.571.793 euro. Il 5×1000 dell’anno finanziario 2025 distribuisce in tutto oltre 602 milioni di euro, e l’Agenzia delle Entrate conta 96.540 ammessi al contributo: i beni culturali ne prendono lo 0,6%. È la penultima delle sette categorie in cui si divide il contributo — solo gli enti gestori delle aree protette ricevono meno, con 761mila euro — mentre gli enti del Terzo settore, che sono 72.879, si dividono oltre 378 milioni.
Il confronto va letto per quello che è: una categoria con 237 enti ammessi non può pesare come una con settantaduemila. Ma il numero per ente dice qualcosa di diverso. Qui la media è 15.071 euro, e non significa nulla, perché la mediana è 653 euro: metà degli enti ammessi riceve meno di questa cifra.
Due enti, l’80% del denaro
Le 67.718 scelte espresse si concentrano in cima all’elenco. Il primo ente, l’Associazione nazionale comunità sociali e sportive APS di Roma, riceve 1.453.188 euro con 37.445 scelte. Il secondo, il FAI – Fondo per l’Ambiente Italiano, riceve 1.406.723 euro con 20.510 scelte. Insieme fanno 2.859.910 euro: l’80,1% di tutta la categoria.
Dal terzo posto in giù il salto è netto. Il Touring Club Italiano, terzo, prende 90.575 euro: un sedicesimo del secondo. La Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano 67.258, la Fondazione Arena di Verona 52.648. I primi dieci enti arrivano insieme all’89,1% del totale. Gli altri 227 si dividono il resto.
Scendendo, le cifre diventano piccole in fretta: 134 enti su 237 ricevono meno di mille euro, 55 meno di cento, 35 chiudono a zero. L’importo più basso fra quelli diversi da zero è di 29,84 euro, ed è andato al Centro per il libro e la lettura, che ha ricevuto una sola scelta. Quindici enti dell’elenco hanno avuto esattamente una scelta a testa.
Una domanda viene naturale: cifre così piccole vengono davvero pagate? Sì. Il taglio che molti conoscono — quello che trattiene le quote sotto i cento euro e le ridistribuisce — riguarda le altre finalità del 5×1000, non questa: nella tabella dell’Agenzia delle Entrate la colonna corrispondente è vuota per tutti e 237 gli enti dei beni culturali. Qui vale una soglia diversa e molto più bassa, fissata dal decreto del 2016 «per ragioni di economicità amministrativa»: non si erogano le somme sotto i 12 euro. Nessun ente del 2025 ci finisce sotto.
Il meccanismo che amplifica i grandi
Nella tabella ci sono due colonne di importi, e la differenza fra loro spiega buona parte della classifica. La prima è il denaro delle scelte con un nome: il contribuente ha scritto il codice fiscale dell’ente. La seconda è la quota delle scelte generiche, cioè di chi ha firmato per i beni culturali senza indicare nessuno; quel denaro viene ripartito in proporzione alle scelte nominative già ricevute.
Le scelte generiche valgono 1.352.198 euro, il 37,9% della categoria. Ogni scelta con un nome ha portato in media 52,75 euro. Quasi quattro euro su dieci, quindi, non li assegna nessun contribuente in particolare: li assegna una proporzione. E la proporzione premia chi è già in testa. Il primo ente dell’elenco ha ricevuto 705.483 euro dalle scelte col suo nome e 747.705 euro dalle generiche: più di quanto gli avevano destinato le persone che lo hanno scelto. Al FAI è andata diversamente — 997.177 dalle nominative, 409.545 dalle generiche. Il motivo si vede rifacendo il conto: la quota generica è una costante per firma, 19,97 euro, identica per tutti e 202 gli enti che hanno ricevuto almeno una scelta. Quello che cambia da ente a ente è il valore medio della firma nominativa: 18,84 euro per il primo della lista, 48,62 per il FAI. Chi raccoglie firme di piccolo importo, insomma, dal meccanismo delle generiche guadagna più di quanto gli abbiano destinato le persone che lo hanno scelto: succede a ventitré enti dei 237, e il numero delle firme non c’entra — capita tanto al primo della lista quanto al Centro per il libro e la lettura, che di firme ne ha avuta una sola.
La conseguenza pratica è che la firma senza nome non è neutra: è una delega a rafforzare la graduatoria esistente.
I musei dello Stato in fondo all’elenco
Il decreto che regola questa quota — il d.P.C.M. 28 luglio 2016 — ammette al riparto tre tipi di soggetti: il Ministero della cultura, i suoi istituti dotati di autonomia speciale, e gli enti senza scopo di lucro legalmente riconosciuti che svolgono attività di tutela, promozione o valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici e che dimostrino di operare in quel campo da almeno cinque anni.
Gli istituti dello Stato ci sono, e sono molti. Ma dei 35 enti che hanno chiuso a zero euro, 29 sono musei, parchi archeologici, direzioni regionali e istituti centrali del Ministero: oltre a quelli citati in apertura, i Musei archeologici nazionali di Venezia e della Laguna, il Castello Svevo di Bari, i Musei nazionali di Lucca, di Pisa, di Ferrara, di Ravenna, di Matera, il Polo museale dell’Umbria, l’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione, l’Istituto centrale per gli archivi, il Museo nazionale dell’arte digitale. Gli altri sei sono fondazioni, associazioni e una cooperativa sociale — e per loro lo zero è parziale: tutti e sei risultano ammessi anche in un’altra finalità del 5×1000, come enti del Terzo settore, e da lì hanno incassato qualcosa, da 114 euro a poco meno di 12.000. Per i ventinove istituti dello Stato lo zero è invece pieno: nessuna delle altre sei finalità li contempla, quindi questa era la loro unica casella, ed è rimasta vuota.
Essere nell’elenco, per un museo statale, non produce denaro se nessuno scrive il suo codice fiscale sulla dichiarazione. E quasi nessuno lo scrive, perché quasi nessuno sa di poterlo fare.
Per 29,84 euro si scrivono comunque due documenti, e si tengono dieci anni
Qui sta la parte che riguarda chi è nell’elenco. Gli obblighi sono due, e si innestano a soglie diverse. Il primo non ha soglia: l’art. 16, commi 1 e 3, del d.P.C.M. 23 luglio 2020 impone a tutti i beneficiari, indipendentemente dall’ammontare percepito, di redigere entro dodici mesi dalla percezione delle somme un rendiconto e una relazione illustrativa che dimostri come il denaro è stato usato, e di conservarli per dieci anni. Il secondo scatta a 20.000 euro: da lì in su il rendiconto non si tiene nel cassetto, si trasmette al Ministero e si pubblica sul proprio sito. È la stessa soglia che vale per gli enti del Terzo settore, perché viene dallo stesso decreto. E qui la distanza fra i due gradini si misura: otto enti su 237 arrivano a 20.000 euro, gli altri 229 scrivono e conservano senza trasmettere e senza pubblicare niente. Il nono dell’elenco, il Teatro Comunale di Bologna, si ferma a 19.835,34 euro: 165 euro sotto la soglia, e con quei 165 euro in meno si risparmia l’invio dei giustificativi, la pubblicazione sul sito e il rischio della sanzione.
Il Ministero della cultura, nelle sue indicazioni, mette per iscritto che cosa cambia da un gradino all’altro, e cinque cose che si dimenticano:
- Il modulo è solo il suo. Per la rendicontazione «è necessario utilizzare esclusivamente il modulo allegato» all’avviso del MiC. Il decreto direttoriale n. 257 del 15 ottobre 2026, che ha cambiato i moduli del 5×1000, è del Ministero del Lavoro e riguarda gli enti del Terzo settore — ne abbiamo scritto in Fine anno nella cultura: le scadenze da qui a marzo — e chi rendiconta al Ministero della cultura non lo usa.
- Le spese devono stare nei dodici mesi. Si possono inserire solo quelle effettivamente sostenute entro i dodici mesi successivi alla data in cui il contributo è arrivato. Il conto parte dall’accredito, non dalla pubblicazione della tabella: la liquidazione, nel 2026, richiedeva prima l’invio del modulo con l’IBAN via posta certificata.
- Dieci anni di conservazione, per tutti. Rendiconto, relazione e giustificativi di spesa restano in sede legale per almeno dieci anni. Chi è sotto i 20.000 euro non li manda, ma il Ministero può chiederglieli per un controllo: se non li manda allora, il contributo viene recuperato. Ogni spesa va comprovata da fattura, busta paga o ricevuta e deve essere tracciabile.
- Sopra i 20.000 euro si trasmette e si pubblica. Rendiconto, relazione, giustificativi di spesa e prove dei pagamenti vanno inviati per posta certificata alla Direzione generale Bilancio del Ministero nei 30 giorni successivi al compimento dei dodici mesi dalla riscossione. E gli stessi importi e lo stesso rendiconto vanno pubblicati sul proprio sito entro trenta giorni dalla scadenza del termine per trasmettere, dandone comunicazione al Ministero entro i sette giorni successivi con il collegamento alla pagina. Chi non trasmette si vede recuperare il contributo; chi non pubblica, e non rimedia entro trenta giorni dalla diffida, rischia una sanzione pari al 25% del contributo percepito — per il primo ente di questo elenco sarebbero circa 363.000 euro.
- Non si può usare il 5×1000 per promuovere il 5×1000. L’art. 16, comma 4, dello stesso decreto esclude le spese di pubblicità sostenute per le campagne di sensibilizzazione sulla destinazione del contributo. Fuori anche gli investimenti finanziari, le multe e le sanzioni, le spese pagate per compensazione di crediti.
Messa così, la coda dell’elenco è il posto scomodo. Chi ha ricevuto 29,84 euro non trasmette niente e non pubblica niente, ma deve comunque scrivere un rendiconto e una relazione illustrativa, e conservarli con le ricevute per dieci anni: due documenti e un decennio di archivio per una cifra che non copre il tempo di compilarli. Dall’altra parte, chi incassa un milione e mezzo ha adempimenti molto più pesanti — e un rischio proporzionato. C’è poi una cosa che riguarda le associazioni, le Onlus e le fondazioni dell’elenco — non i musei e gli istituti dello Stato, che hanno obblighi di trasparenza propri: il contributo concorre alla soglia dei 10.000 euro oltre la quale si pubblicano ogni anno, entro il 30 giugno, i contributi pubblici ricevuti nell’anno prima. Chi ha un progetto che dura più di un anno può accantonare parte della somma, fino a un massimo di tre anni, dichiarando nella relazione a cosa serve e usando il modulo apposito.
Che cosa te ne fai
Se il tuo ente è già nell’elenco e ha incassato qualcosa, la cosa da fare è trovare la data dell’accredito sul conto e contare dodici mesi da lì: è quella la scadenza, e non è scritta in nessun calendario pubblico perché cambia da ente a ente. Poi scaricare il modulo dal sito del Ministero della cultura, non quello del Ministero del Lavoro. E guardare l’importo: sotto i 20.000 euro si scrive e si conserva, da lì in su si trasmette per posta certificata entro trenta giorni dalla scadenza dei dodici mesi e si pubblica tutto sul proprio sito.
Se stai pensando di iscriverti, la domanda si presenta entro il 28 febbraio di ogni anno, solo per via telematica dal portale dei procedimenti del Ministero. Serve dimostrare cinque anni di attività nel campo, con una relazione sull’ultimo quinquennio; se ci sono stati restauri, vanno allegate le autorizzazioni della soprintendenza e i collaudi. L’elenco degli iscritti esce entro il 20 marzo, le correzioni si chiedono entro il 1° aprile, gli elenchi definitivi arrivano entro il 1° maggio. Chi è già iscritto e mantiene i requisiti non ripresenta la domanda: entra nell’elenco permanente, che viene aggiornato entro il 31 marzo.
Se sei un contribuente e ti interessa un luogo preciso, scrivere il suo codice fiscale cambia il risultato più di quanto sembri. Senza nome, la tua firma va a rafforzare chi è già primo. Con il nome, in una categoria dove una sola scelta vale in media cinquantadue euro e dove ventinove musei dello Stato hanno chiuso l’anno a zero, un museo piccolo può passare dal nulla a qualcosa.
Il dato citabile
Nell’anno finanziario 2025 il 5×1000 dei beni culturali e paesaggistici ha distribuito 3.571.793 euro a 237 enti: i primi due ne hanno ricevuto l’80,1%, metà dell’elenco meno di 654 euro a testa, e 35 enti zero.
Fonte: Ministero della cultura, Tabella di riparto 5×1000 anno finanziario 2025, pubblicata il 27 maggio 2026; elaborazione dell’Osservatorio BbCc sulle 237 righe.
Fonti e metodo
- Ministero della cultura, Direzione generale Bilancio, Avviso di pubblicazione della tabella di riparto del 5×1000, anno finanziario 2025 e relativo allegato 1, «Tabella riparto 5×1000 AF 2025» (8 pagine, 237 righe). Tutti i conteggi di questo articolo — totale, mediana, quote, conteggi per fascia d’importo, enti a zero — sono nostri, fatti riga per riga su quel documento.
- Agenzia delle Entrate, comunicato stampa del 21 maggio 2026: totale di oltre 602 milioni di euro, 96.540 enti ammessi, e il dettaglio per categoria (237 enti dei beni culturali, 24 enti gestori delle aree protette con oltre 761mila euro, 72.879 enti del Terzo settore con oltre 378 milioni).
- Ministero della cultura, Indicazioni per la rendicontazione del contributo del 5xmille: obbligo generale, modulo unico, ammissibilità delle spese, conservazione decennale, accantonamento.
- Ministero della cultura, 5×1000 Cultura, iscrizioni: soggetti ammessi al riparto, requisito dei cinque anni di attività, scadenze del 28 febbraio, 20 marzo, 1° aprile, 1° maggio e 31 marzo, elenco permanente.
- d.P.C.M. 28 luglio 2016, criteri di riparto della quota destinata ai beni culturali e paesaggistici, compreso l’art. 4, comma 5, che esclude l’erogazione delle somme inferiori a 12 euro; d.P.C.M. 23 luglio 2020, art. 11 (la trattenuta delle quote sotto i cento euro, che riguarda le altre finalità), art. 16 (rendiconto, trasmissione sopra i 20.000 euro, pubblicazione sul sito e sanzione del 25%) e art. 17 (recupero del contributo).
- Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Rendicontazione del contributo del cinque per mille, per il canale del Terzo settore, con cui abbiamo confrontato gli obblighi: la soglia dei 20.000 euro viene dallo stesso d.P.C.M. 23 luglio 2020 e vale per entrambi i canali; a cambiare sono i moduli e l’amministrazione a cui si trasmette.
Che cosa queste fonti non dicono: non dicono quanto ciascun ente abbia poi effettivamente incassato, perché la liquidazione dipende dall’invio del modulo con l’IBAN e dalla regolarità contributiva, e la tabella fotografa il riparto, non i pagamenti. Non dicono per quale ragione un ente stia in questa categoria piuttosto che in un’altra: l’ammissione la decide il Ministero sulla base della dichiarazione sostitutiva e dei controlli previsti dal d.P.C.M. 28 luglio 2016, e l’elenco pubblicato non riporta le istruttorie. I totali nazionali per categoria contano più volte lo stesso ente quando è ammesso in più finalità — succede anche ai primi due di questo elenco, che sono anche enti del Terzo settore: il 5×1000 si divide per finalità, non per soggetto, quindi sommando le categorie non si ottiene il numero degli enti. Non ci sono ancora gli importi dell’anno finanziario 2026: dipendono dalle scelte espresse nelle dichiarazioni del 2026. La nostra classificazione dei 35 enti a zero fra istituti dello Stato e soggetti privati è fatta sui nomi che compaiono nella tabella.
L’Osservatorio è un progetto dell’Associazione ABCO APS. Se questo lavoro ti è utile, puoi destinarci il 5×1000 — a te non costa nulla: codice fiscale 90098840276.