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Una sala non è una prova: da un fosso di Livorno a Palazzo Madama

Nel 1984 tre pietre ripescate da un canale furono dichiarate Modigliani dai più autorevoli critici italiani: le avevano scolpite un portuale e un gruppo di studenti. Pagarono i funzionari, non chi aveva firmato. Quarantun anni dopo il meccanismo ha lavorato…

Di Team BbCc 11 Agosto 2026 Lettura 11 min Osservatorio Governance, policy e normative Analisi aperta
Il canale del Fosso Reale a Livorno con le case affacciate sulla riva e le barche ormeggiate
Il Fosso Reale a Livorno, il canale da cui nel luglio 1984 furono recuperate le tre teste. Foto: Piergiuliano Chesi (CC BY 3.0) via Wikimedia CommonsOsservatorio BbCc

Alle nove del mattino del 24 luglio 1984, dal fondo fangoso del Fosso Reale di Livorno, una benna rivestita di gomma tira su una pietra scura scalpellata da un lato. Nel pomeriggio ne viene su una seconda. La prima viene portata in processione a Villa Maria, dove è in corso la mostra per il centenario della nascita di Modigliani, e chiusa a chiave. Nel giro di poche settimane quelle pietre saranno dichiarate autentiche da alcuni dei nomi più autorevoli della critica d’arte italiana. La prima l’aveva scolpita un portuale livornese di ventinove anni; la seconda, un gruppo di studenti della città.

La storia è nota come «la beffa di Livorno» e si racconta di solito come una barzelletta toscana. Vale la pena rileggerla come un caso di studio sul funzionamento della credibilità, perché il meccanismo che la rese possibile è ancora perfettamente in funzione — e a ottobre dell’anno scorso ha lavorato dentro una sala di Palazzo Madama.

Come si costruisce una certezza

Il punto di partenza era una leggenda di datazione incerta: che Modigliani, tornato a Livorno, avesse gettato nel fosso alcune sculture rifiutate. L’enciclopedia Treccani la registra al condizionale — «avrebbe gettato nel fosso di Livorno alcune teste da lui scolpite» — e la colloca dopo l’estate del 1912, non nel 1909 come si disse allora. Le due testimonianze su cui si regge non concordano né sul numero delle sculture né sull’anno. Su questa base il Comune di Livorno finanziò il dragaggio del canale, con una benna progettata apposta e rivestita di gomma per non danneggiare quello che avrebbe trovato. RAI Cultura quantifica la spesa in quaranta milioni di lire. La draga entrò in funzione il 17 luglio; una settimana dopo, il ritrovamento.

Quello che accade nei quaranta giorni successivi è la parte istruttiva. Cesare Brandi scrive sul «Corriere della Sera»: «Ho visto quelle teste, sono di Modigliani», e aggiunge che «in quelle due scabre pietre c’è l’annuncio: c’è la presenza». Enzo Carli: «Modigliani non ha tradito la materia». Carlo Ludovico Ragghianti: «sono opere fondamentali per Modigliani e per la scultura moderna». Giulio Carlo Argan, che le vide soltanto in fotografia, dichiara: «Con riserva di un’attenta analisi sui reperti, giudico attendibile la tesi della autenticità delle sculture, anche se non sono dei capolavori».

Arrivano anche le perizie tecniche. Il restauratore capo della Galleria nazionale d’arte moderna di Roma dichiara di non nutrire «alcun dubbio», sostenendo che il fango depositato negli interstizi provi una lunga permanenza nel fosso. Un laboratorio livornese conferma l’autenticità — segnalando però, secondo la ricostruzione accademica della vicenda, che la propria valutazione era approssimativa, perché non disponeva delle attrezzature adeguate. La riserva c’era, ed era arrivata a chi stava per firmare. Non fermò nulla.

Il 2 settembre a Villa Maria viene presentato il catalogo curato da Dario Durbè. Lo stesso giorno, in edicola, tre studenti livornesi raccontano a «Panorama» di aver scolpito una delle teste per scherzo — pochi giorni dopo se ne farà avanti pubblicamente un quarto. Il 7 settembre la scultura viene posta sotto sequestro. Il 10 settembre, in diretta su Rai Uno nello «Speciale TG1», i ragazzi ne rifanno una identica davanti alle telecamere con martello, scalpello e un trapano elettrico. Il 13 settembre esce allo scoperto Angelo Froglia, lavoratore portuale, pittore e scultore: le altre due teste, la prima e la terza, le aveva fatte lui. Aveva filmato tutto.

Le sue parole, conservate negli archivi RAI, spiegano l’operazione meglio di qualunque commento successivo: voleva «evidenziare come attraverso un processo di persuasione collettiva, attraverso la Rai, i giornali, le chiacchiere tra persone, si potevano condizionare le convinzioni della gente», e mostrare «come nel mondo dell’arte l’effetto dei mass media e dei cosiddetti esperti possa portare a prendere grossissimi granchi».

Chi ha pagato

Qui la vicenda smette di essere divertente. Dopo la confessione pubblica degli autori, Argan non cambiò parere: lo scrisse sull’«Espresso» e lo ribadì il 10 settembre. Fra i critici che avevano firmato l’attribuzione, l’unico di cui risulti un’autocritica è Enzo Carli, che il 21 settembre riconobbe di essersi sbagliato dicendosi «suggestionato».

Le conseguenze amministrative andarono in una direzione sola. Il 23 settembre il Ministero dei Beni Culturali apre un’inchiesta. Il 30 ottobre 1984 Dario Durbè viene destituito dall’incarico. Il 21 febbraio 1985 Vera Durbè, conservatrice dei musei civici di Livorno, viene trasferita. Durbè ricorre e il 22 maggio 1985 vince; il Ministero prepara il controricorso al Consiglio di Stato. Nel frattempo novantasei fra artisti e scrittori firmano un appello di solidarietà. Il 31 ottobre 1984 un titolo di giornale poneva la domanda che riassume tutto: «Ma perché paga solo Durbè?».

La risposta è che i funzionari avevano una posizione formale da perdere, e i critici no. Anche Dario Durbè aveva firmato l’attribuzione, ma la pagò da soprintendente, non da studioso: il provvedimento riguardava il suo incarico, e infatti il giudice amministrativo lo annullò otto mesi dopo. Per i critici che avevano dichiarato autentiche quelle pietre non risulta invece documentata alcuna conseguenza professionale. La firma che aveva prodotto la certezza non rispondeva della certezza prodotta.

Quarantun anni dopo, una sala

Il 22 ottobre 2025, alle 12, nella Sala Caduti di Nassirya di Palazzo Madama si tiene una conferenza stampa. Il titolo agli atti della web tv del Senato è «Conferenza stampa: Majorana – Pelizza», con la formula «Su iniziativa del senatore Gian Marco Centinaio». Si presenta un volume di 1.752 pagine, prezzo di copertina 390 euro, secondo il quale Ettore Majorana — il fisico teorico scomparso nel marzo del 1938 — sarebbe stato vivo per decenni e avrebbe ideato una macchina capace, fra le altre cose, di trasmutare la materia.

Le istituzioni scientifiche italiane hanno risposto in modo esplicito. La Società Italiana di Fisica ha pubblicato un’analisi in cui si osserva che «di questa macchina non troviamo traccia nei numerosi scritti originali di Majorana», che le lettere attribuite al fisico sono state giudicate da una grafologa del Tribunale di Roma «una imitazione maldestra», che i test si svolgevano in un ambiente sotto pieno controllo di chi li conduceva, e che la conferenza si è tenuta «senza alcun contradditorio». Il Centro Ricerche Enrico Fermi, ente pubblico di ricerca, ha espresso in un comunicato «grande amarezza» per «iniziative di matrice antiscientifica o pseudoscientifica — avallate dalle più alte istituzioni dello Stato». Nel principale archivio di pubblicazioni della fisica non esiste un solo lavoro su questa macchina. Durante la conferenza stessa, secondo la cronaca dalla sala, l’autore ha ammesso che una formula per costruirla «non esiste», aggiungendo però «siamo in grado di costruirla» e lanciando un appello alle istituzioni perché la si studi e la si realizzi.

Il senatore che aveva concesso la sala non era presente — assente «per motivi personali», riferisce la cronaca — e si è dissociato dai contenuti: «Ho concesso utilizzo della Sala ma questo non significa che ne condivida i contenuti». La frase è esatta sul piano formale, e proprio per questo istruttiva. Nessuno aveva promesso che il Senato garantisse alcunché. Semplicemente, l’indirizzo dell’evento faceva quel lavoro da solo.

Il meccanismo, e perché ci riguarda

I due casi non sono simmetrici, ed è giusto dirlo. Su Livorno esiste un corpo documentale chiuso e verificabile giorno per giorno, e l’istituzione che sbagliò ha metabolizzato l’errore al punto da esporne oggi gli oggetti. Sul caso del 2025 il documentabile è che l’incontro si è tenuto, chi lo ha promosso, che cosa vi è stato affermato e che le istituzioni scientifiche lo hanno respinto: tutto il resto resta affermazione di parte.

Quello che i due casi hanno in comune è un solo passaggio, e regge: la cornice ha funzionato da certificazione prima e indipendentemente da qualunque verifica. Un museo civico, un catalogo firmato da un soprintendente e le firme di cinque critici nel primo caso; una sala di Palazzo Madama nel secondo. Ma il modo in cui la cornice ha ceduto è diverso, e la differenza conta. Nel 1984 l’istituzione il merito lo esaminò eccome: commissionò analisi, ne ricevette una con una riserva scritta, e firmò lo stesso. Nel 2025 la sede non ha esaminato niente — non è il suo mestiere, e nessuno glielo aveva chiesto. Il primo è il fallimento di una verifica che c’è stata; il secondo è l’assenza di qualunque verifica, in un luogo che al lettore ne suggerisce una. Da fuori i due casi si somigliano perché nessuno distingue fra «questo luogo ospita» e «questo luogo garantisce». Ed è precisamente ciò che l’autorevolezza serve a non far distinguere.

Per chi lavora nel patrimonio la lezione operativa è scomoda, perché non riguarda gli altri. L’attribuzione non è una firma: è una catena che qualcun altro deve poter riaprire. Nel 1984 la catena aveva un anello debole scritto nero su bianco — un laboratorio che dichiarava di non avere gli strumenti — e nessuno lo tirò. Il costo di tirarlo sarebbe stato rinviare una mostra; il costo di non tirarlo lo pagarono due funzionari, e la reputazione di un’intera disciplina.

Che cosa te ne fai. Se dirigi un museo o un archivio e stai per accogliere un’attribuzione, una donazione o una mostra proposta da terzi, la domanda utile non è «chi lo dice» ma «che cosa posso riaprire»: quali analisi esistono per iscritto, chi le ha firmate, e soprattutto quali riserve contengono — le riserve stanno quasi sempre nel testo, e quasi mai nel comunicato. Se lavori nella comunicazione culturale, tieni presente che una data e un luogo prestigiosi valgono, per il lettore, come una perizia: quando concedi o ottieni una sede istituzionale stai prestando credito, non spazio. Se leggi e basta, il criterio pratico è quello che le istituzioni scientifiche hanno applicato al caso del 2025: chiedere non che cosa è stato affermato, ma dove è stato sottoposto a contraddittorio.

Il dato citabile. Nell’estate 1984 tre sculture recuperate dal Fosso Reale di Livorno furono attribuite ad Amedeo Modigliani da critici fra cui Cesare Brandi, Enzo Carli, Carlo Ludovico Ragghianti e Giulio Carlo Argan — quest’ultimo sulla base delle sole fotografie. Erano opera di autori viventi: la prima e la terza del pittore e portuale livornese Angelo Froglia, la seconda di un gruppo di studenti della città. Alle attribuzioni non seguì alcuna conseguenza professionale documentata per i critici; seguirono la destituzione del soprintendente Dario Durbè (30 ottobre 1984, annullata dal giudice amministrativo il 22 maggio 1985) e il trasferimento della conservatrice Vera Durbè (21 febbraio 1985).

Fonti e metodo

  • Modigliani, date e leggenda — Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani: nascita a Livorno il 12 luglio 1884, morte a Parigi il 24 gennaio 1920; l’episodio delle teste gettate nel fosso è riportato al condizionale e collocato dopo l’estate 1912. La datazione «1909», corrente nel 1984, non è accertata.
  • Mostra, dragaggio e ritrovamenti — RAI Cultura (spesa comunale di quaranta milioni di lire per il dragaggio); cronaca coeva de «la Repubblica»: 25 luglio 1984 per le prime due teste (la prima alle 9, la seconda alle 16 del 24 luglio) e 10 agosto 1984 per la terza, recuperata la mattina del 9 agosto. La data dell’8 agosto, che circola nelle sintesi divulgative, non è documentata.
  • Attribuzioni e perizie — virgolettati di Brandi, Carli, Ragghianti e Argan come riportati da RAI Cultura; dichiarazione del restauratore capo della GNAM e riserva del laboratorio livornese secondo la ricostruzione in sede accademica (tesi magistrale in Storia delle arti, Università Ca’ Foscari Venezia, a.a. 2020/21), che rinvia alla cronaca coeva del 5 settembre 1984.
  • Confessioni e conseguenze — «Panorama» del 2 settembre 1984; «Speciale TG1» del 10 settembre 1984 (Teche RAI); conferenza di Angelo Froglia del 13 settembre 1984; dichiarazioni di Froglia da RAI Cultura. Inchiesta ministeriale (23 settembre 1984), destituzione di Dario Durbè (30 ottobre 1984), trasferimento di Vera Durbè (21 febbraio 1985), ricorso accolto (22 maggio 1985) e controricorso ministeriale (22 giugno 1985): tutti da cronaca coeva de «la Repubblica». Le tre teste sono oggi di proprietà del Comune di Livorno ed esposte al Museo della Città, nella sezione riallestita a fine 2024.
  • Conferenza del 22 ottobre 2025 — atti della web tv del Senato della Repubblica, scheda «Conferenza stampa: Majorana – Pelizza», Sala Caduti di Nassirya, «su iniziativa del senatore Gian Marco Centinaio»; dichiarazione dello stesso senatore alla stampa il giorno successivo. Volume: A. Ravelli, Majorana-Pelizza. Il segreto svelato, Print Service Pavia 2025, 1.752 pagine, 390 euro.
  • Risposta delle istituzioni scientifiche — Società Italiana di Fisica, analisi di Nadia Robotti; comunicato del Centro Ricerche Enrico Fermi. Assenza di pubblicazioni sottoposte a revisione tra pari verificata sull’archivio arXiv: nessun risultato. Ettore Majorana, nato a Catania nel 1906, risulta scomparso il 26 marzo 1938 (Treccani): la sua morte non è mai stata accertata.
  • Che cosa questo articolo non afferma — non entra nel merito scientifico delle tesi presentate nel 2025, che è competenza delle istituzioni citate, e non attribuisce intenzioni a nessuna delle persone coinvolte: di ciascuna riporta soltanto atti e dichiarazioni pubbliche documentate. Sul caso del 1984 non riprende le ricostruzioni successive prive di riscontro coevo, comprese quelle che circolano su presunte responsabilità di terzi.

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